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Il diluvio


     
     
 



PARTE 2

5) IL DILUVIO
Il diluvio 5)
IL DILUVIO “Allora Dio disse a Noè:
‘Mi son deciso:
la fine di tutti i mortali è arrivata,
poiché la terra,
per causa loro,
è piena di violenza; ecco,
io li distruggerò insieme con la terra’.

(Genesi 6:
13 - P)
“E avvenne,
al settimo giorno,
che le acque del diluvio furono sopra la terra; nell’anno seicentesimo della vita di Noè,
nel secondo mese,
nel diciassettesimo giorno del mese,
proprio in quel giorno,
eruppero tutte le sorgenti del grande oceano,
e le cataratte del cielo si aprirono.
.
.

(Genesi 7:
10-11 - P)
Il valore del racconto biblico La realtà del diluvio e la sua estensione mondiale sono sempre state considerate delle verità fondamentali sia da Gesù che dalla chiesa primitiva.
Attualmente,
davanti al trionfo della tesi evoluzionista,
le chiese cristiane hanno generalmente aggirato la difficoltà dicendo che il testo della creazione è solo un mito ed il racconto del diluvio una leggenda che si ritrova,
in diverse forme,
presso tutti i popoli ed in particolare presso i Babilonesi ed i Sumeri,
come pure gli Assiri.
Ora,
ben lontano dall’essere un argomento contro l’autenticità del racconto del diluvio,
questa molteplicità di tradizioni presso i popoli che rappresentano i diversi rami dell’umanità post-diluviana,
depone in favore del racconto biblico.
Questo vuol dire che il diluvio universale fu un avvenimento reale,
il cui ricordo si è perpetuato nei popoli.
Tuttavia,
tutti concordano sul fatto che vi è una grande differenza fra il racconto biblico,
essenziale,
conciso,
sobrio,
chiaramente scritto con intenzioni d’ordine storico e pedagogico,
e le leggende degli altri popoli,
palesemente “romanzate”.
Non c’è dubbio che la Bibbia parli di un diluvio universale e non locale.
La durata stessa del diluvio - più di un anno e non 40 giorni,
come si crede comunemente - e le dimensioni dell’arca di Noè si spiegano solamente nel caso di una catastrofe mondiale.
Dunque,
i fossili che,
per gli evoluzionisti,
sono la traccia dell’evoluzione,
per noi in una prospettiva radicalmente opposta rappresentano le vestigia delle forme di vita antidiluviana.
Questi resti,
dispersi sulla totalità della Terra,
confermano l’idea di un diluvio universale.
Esistono oggi le tracce di questo diluvio?
La natura certo presenta dei fatti:
come saranno interpretati questi fatti dalla scienza,
nei suoi molteplici settori,
questo è un altro discorso.
Facciamo un esempio.
L’attualismo
(altrimenti detto “uniformismo”)
,
in geologia soprattutto,
vuole che il presente sia la chiave del passato.
Ciò che porta a pensare,
per esempio,
che il letto dei fiumi sia stato scavato da questi stessi fiumi con un ritmo erosivo simile all’attuale; che i depositi di sedimento che costituiscono oggi gli strati
(che si vedono chiaramente quando i lavori stradali sezionano i fianchi delle montagne)
si siano formati in un periodo estremamente lungo,
solo perché i depositi marini attuali si formano molto lentamente; che le pieghe di queste stesse montagne e il loro rilievo modellato dall’erosione siano frutto di un processo estremamente lungo e lento solo perché le variazioni osservate oggi sono minime.
.
.
Noi non crediamo a tale regolarità.
.
.
Là dove l’attualismo tende a ritenere che sia stato il fiume ad avere scavato la sua fossa,
crediamo piuttosto che si sia trattato di fenomeni catastrofici
(faglie,
fessure,
cedimenti,
ecc.
)
che hanno provocato le condizioni propizie per la formazione di una valle nella quale,
in seguito,
si è adagiato un fiume.
In altri termini,
mentre l’attualismo attribuisce i rilievi e i paesaggi attuali all’azione continua di fenomeni oggi misurabili,
noi li imputiamo a fenomeni violenti,
brevi,
ma passati.
Le condizioni e gli agenti fisici attuali li hanno soltanto ritoccati,
come un fiume modifica la valle glaciale che occupa,
come il gelo ritocca il profilo dei rilievi montagnosi che non ha creato.
Per chiarire meglio:
anche gli scienziati cristiani si attengono al principio che le cose si svolgono di fatto secondo criteri di uniformità.
A differenza degli scienziati atei però,
ammettono che Dio può intervenire e interrompere quando vuole questo svolgimento uniforme,
come ha fatto nel diluvio della Genesi.
L’uniformismo più rigido e ortodosso non concede che sia ammissibile un’interruzione di questo tipo,
e ha bisogno perciò,
per spiegare l’esistenza di ciò che vediamo oggi,
di miliardi di anni.
Ogni tipo di catastrofe,
compreso un diluvio universale,
è per loro inammissibile.
D’altra parte,
gli scienziati credenti pensano che una catastrofe come il diluvio spiega molto meglio i grandi mutamenti avvenuti in natura; spesso questi restano un mistero per gli atei che,
come vedremo,
cadono a volte in contraddizione,
nel tentativo di trovare una soluzione.
Presentiamo alcuni argomenti a favore del diluvio biblico:
a)
Gli altopiani basaltici b)
Le rocce sedimentarie c)
Le rocce metamorfiche d)
L’orogenesi e)
L’erosione f)
Le rocce combustibili g)
La stratigrafia h)
Paleontologia e stratigrafia i)
L’arca di Noè a)
Gli altopiani basaltici
(Basaltico:
detto di rocce formate da lava solidificata; da basalto = lava molto fluida a raffreddamento lento,
salvo in superficie)
In diverse parti del mondo si trovano altopiani basaltici che sono molto spessi
(a volte più di 2.
000 mt.
)
e che si estendono su superfici molto considerevoli
(Irlanda:
100.
000 kmq.
- Brasile:
900.
000 kmq.
,
ossia circa due volte la superficie della Francia!
)
.
In totale questi altopiani basaltici ricoprono sulla Terra una superficie di più di 2 milioni di kmq.
Ebbene non c’è traccia di erosione
(in geologia:
asportazione del terreno dovuta all’azione di agenti atmosferici,
di acque,
di ghiacciai)
che abbia potuto modellare queste enormi masse di basalto!
Questo si spiega solo con una formazione rapida:
enormi masse di basalto in fusione
(magma)
sono salite dalle profondità della Terra attraverso gigantesche crepe della crosta terrestre.
Un cataclisma come il diluvio spiega molto bene un tale fenomeno.
Questo genere di vulcanismo non è osservato in nessuna parte del globo,
oggi,
perlomeno in una simile scala.
Non è possibile dunque spiegare l’esistenza di questi altopiani sulla base dei fenomeni osservabili in natura.
b)
Le rocce sedimentarie
(Strati costituiti dal deposito sulla superficie terrestre di particelle sparse di materiale o di sostanze chimiche,
in genere trasportate dall’acqua)
I geologi evoluzionisti danno per certo che le rocce di questo tipo si sono formate nel corso di milioni di anni,
ma vi sono diversi argomenti contro questa tesi:
1.
Tronchi pietrificati spesso attraversano completamente uno o diversi strati di rocce,
il che fa pensare piuttosto ad una sedimentazione rapida
(sedimentazione = in geologia:
fenomeno per cui materiali sospesi in acque fluviali e marine si depositano sul fondo)
.
Come avrebbe potuto restare intatto un tronco d’albero milioni di anni,
nell’attesa di venire completamente ricoperto dai sedimenti che poi formarono i vari strati di roccia?
2.
Ammassi di animali fossilizzati ammucchiati a volte negli stessi posti.
Esistono dei veri e propri cimiteri fossili.
In Sudafrica,
per esempio,
ne esiste uno che contiene fossili di circa 800 miliardi di vertebrati.
Queste enormi quantità di animali possono essersi fossilizzate solo a causa di un’immane catastrofe
(come il diluvio)
.
Infatti,
soltanto una sedimentazione rapida e massiccia avrebbe potuto preservarli dalla distruzione che elimina tutti i cadaveri
(la putrefazione inizia subito dopo la morte,
come mai sono riusciti a pietrificarsi questi fossili nel corso di migliaia di anni?
)

(vedi nota a pag.
34)
Il Prof.
H.
G.
Coffin,
del Geoscience Institute
(professore di paleontologia alla Andrews University nel Michigan,
U.
S.
A.
)
,
scrive che al momento del diluvio “è possibile che le correnti che esistevano allora abbiano trasportato grandi quantità di questi organismi e le abbiano concentrate in certe regioni.
Sono giunto alla conclusione che è questo il caso nella regione di Cincinnati,
negli Stati Uniti.
Lì troviamo diverse centinaia di metri
(di spessore)
di organismi marini così strettamente ammassati gli uni agli altri che praticamente non esiste materiale di cementazione.
Ciò per un’estensione di 80 km attorno a Cincinnati,
il che rappresenta un fantastico accumulo di creature marine.
” 3.
Le immense distese di depositi sedimentari orizzontali che si succedono gli uni agli altri senza traccia di erosione fra uno strato e l’altro,
si spiegano soltanto se questi depositi si sono effettuati rapidamente.
4.
Sull’altopiano del Tibet furono trovati 468.
750 kmq.
di sedimento di centinaia di metri di spessore a 2.000 metri di altezza.
Solo il ritiro delle acque del diluvio che avevano coperto tutte le cime della terra
(che a quel tempo dovevano essere notevolmente più basse)
potevano depositare a quell’altezza e su un’area così vasta un tale spessore di detriti:
“E le acque ingrossarono con grande forza sopra la terra; e tutte le alte montagne che erano sotto tutto il cielo furono coperte.
Le acque si alzarono quindici cubiti al di sopra di esse; e le montagne furono coperte.

(Genesi 7:19-20 - ND)
“Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e la pioggia dal cielo cessò,
E le acque andarono del continuo ritirandosi dalla terra; e alla fine di centocinquanta giorni erano diminuite.

(Genesi 8:2-3 - ND)
Gli strati sedimentari di arenaria
(roccia di sabbia cementata)
,
calcare
(roccia di carbonato di calcio)
e scisto
(tipo di roccia che si sfalda facilmente)
di tutto un intero continente potrebbero essere stati depositati solo dalle acque su così larga scala
(si tratta di milioni di kmq.
)
.
Tutto questo è contrario alla sedimentazione lentissima e progressiva sostenuta dagli evoluzionisti.
5.
Strati giudicati molto più antichi si trovano a volte mescolati a strati ritenuti più recenti.
A volte addirittura uno strato giudicato più antico dagli evoluzionisti si trova al di sopra di uno più recente.
Certo,
in molti casi,
si possono spiegare queste anomalie con il trasporto di materiali antichi che scivolano sugli strati più recenti.
In tali casi,
però,
sono rilevabili rocce frantumate fra uno strato e l’altro,
che ci permettono di ammettere il trasporto,
spiegabile comunque tanto nel caso del catastrofismo che dell’attualismo.
Tuttavia,
in certi casi non c’è traccia di trasporto,
le rocce frantumate sono completamente assenti.
L’età delle varie rocce,
quindi,
potrebbe essere tutta da rivedere!
Per esempio,
sono presenti contemporaneamente in Inghilterra sia il Cretaceo ritenuto antico di 120 milioni di anni
(calcare farinoso)
e il Pleistocene di “appena un milione di anni”!
c)
Le rocce metamorfiche
(Da “metamorfismo”:
complesso dei fenomeni per cui le rocce hanno subìto alterazioni e trasformazioni durante il volgere del tempo)
Gli esempi più rappresentativi di rocce metamorfiche si trovano probabilmente nella serie dei graniti
(granito = roccia cristallina)
.
Gli evoluzionisti hanno sempre considerato le rocce compatte
(in particolare appunto quelle granitiche)
come estremamente antiche
(“rocce primarie”)
.
Si pensava che soltanto una compressione lenta ed immensamente lunga avesse potuto dare loro la struttura che conosciamo.
Ma il Prof.
Wyart
(Università della Sorbonne,
Parigi)
è riuscito ad ottenere in laboratorio la sintesi delle rocce granitiche.
Sottoponendo i costituenti di tali rocce a pressioni dalle 1.500 alle 3.000 atmosfere ed a temperature intorno ai 400-600°,
sono bastati solo alcuni giorni per ottenere granito.
Gli stessi risultati sono stati ottenuti anche in altri laboratori e non solo per il granito.
E’ stata possibile la sintesi di miche
(tra i 200 e i 500°C)
,
di feldspato
(a una temperatura più alta e in presenza di vapore acqueo)
,
di quarzo
(la cui sintesi a 450° è stata definita “molto facile”)
,
ecc.
Queste pressioni e temperature sono appunto quelle che regnano da 8 a 10 km di profondità nella terra,
dove si sono formate queste rocce.
In quest’ordine d’idee P.
Routhier,
professore alla Facoltà di Scienze di Parigi,
ha potuto scrivere che “la nascita di certi cristalli è possibile che non si misuri che in anni,
settimane e perfino ore”.

(“Essai critique sur les méthodes de la géologie”,
Paris 1969,
pag.
28)
.
Ciò non significa beninteso che le rocce si siano formate tutte così rapidamente,
ma certamente non è il caso d’invocare milioni di anni!
d)
L’orogenesi
(Insieme di fenomeni geologici che determinano la formazione delle montagne; da “oros” che in greco vuol dire appunto “montagna”)
Se si osservano catene come le Alpi,
l’Hymalaya,
le Ande
(dai 4-5000 agli 8000 mt.
)
spesso corrugate,
trasportate,
ripiegate e solcate da ampie e profonde vallate,
non si può non rimanere colpiti dalle tracce dell’azione di forze straordinarie che le hanno modellate.
La Bibbia dichiara che le grandi montagne sorsero mentre le acque si ritiravano,
dopo il diluvio:
“Tu l’avevi coperta dell’abisso come d’una veste,
le acque s’erano fermate sui monti.
Alla tua minaccia esse si ritirarono,
alla voce del tuo tuono fuggirono spaventate.
Le montagne sorsero,
le valli s’abbassarono nel luogo che tu avevi stabilito per loro.
Tu hai posto alle acque un limite che non trapasseranno; esse non torneranno a coprire la terra.

(Salmo 104:6-8)
Dagli inizi della geologia,
si ripete che sono state forze lente ed orizzontali che,
esercitando una spinta nel senso degli strati,
sarebbero riuscite a piegarli,
come si farebbe per infilare una pila di lenzuola in un armadio troppo stretto.
In seguito,
l’erosione,
attaccando queste pieghe regolari,
avrebbe formato i rilievi che oggi conosciamo.
Per i geologi uniformisti,
questa erosione avrebbe attaccato le sommità delle pieghe
(anticlinali)
sino a farle a volta sparire del tutto; mentre le “buche”
(sinclinali)
sarebbero spesso rimaste intatte,
per infine ritrovarsi in alto rispetto al resto
(fenomeno chiamato dei “sinclinali rialzati” o del “rilievo invertito”)
.
Questa complicata ipotesi è stata avanzata per spiegare l’esistenza di strati identici da una parte e dall’altra dei massicci centrali cristallini.
Occorreva,
per risolvere il mistero,
immaginare che l’erosione avesse distrutto enormi falde; addirittura - come abbiamo visto - avrebbe spianato intere sommità di montagne.
Però potrebbe anche darsi che tutto lo schema sia da rivedere completamente.
I lavori dei geologi e dei geografi della Scuola di Grenoble
(Istituto di Geografia Alpina)
hanno infatti assodato che:
Non sono,
nella maggior parte dei casi,
spinte orizzontali alla base del sorgere delle montagne,
ma piuttosto spinte verticali provenienti dalla base della crosta terrestre o del cosiddetto mantello.
Questo spiegherebbe a meraviglia l’esistenza di strati identici dai due versanti di massicci centrali cristallini.
Vediamo.
.
.
Queste pressioni verticali hanno fatto salire le masse cristalline,
le quali perforando gli strati sedimentari che li ricoprivano,
li hanno rigettati da una parte e dall’altra mediante slittamento.
Dunque un doppio movimento:
a.
Salita verticale dei massicci cristallini; b.
Slittamento laterale degli strati sedimentari che li ricoprivano:
“prealpi” sedimentarie piegate al momento dello slittamento.
Questo “scollamento” ha creato una regione depressa
(fra il massiccio centrale e le “prealpi”)
,
detta “solco alpino”
(che deve poco all’erosione,
ma che altro non è se non il risultato dello staccarsi degli strati sedimentari al momento del loro slittamento)
.
Un cataclisma come il diluvio,
accompagnato da violenti terremoti,
può benissimo aver provocato le spinte verticali che sono all’origine della formazione di catene montuose.
Dobbiamo tenere presente che allora gli strati sedimentari erano ancora molli,
non ancora consolidati e quindi slittarono più facilmente; erano mobili perché depositati di recente.
In questi ultimi decenni,
è stata constatata l’ampiezza dei fenomeni sismici e la loro ripercussione sul rilievo del Cile,
nel 1970,
dove un’intera vallata venne cancellata in pochi istanti.
Nel 1023,
in Giappone,
si osservò un sollevamento che raggiunse un dislivello di oltre 300 mt.
in pochi secondi.
e)
L’erosione Secondo i geologi uniformisti fu l’erosione,
come abbiamo già spiegato
(vedi punto d.
:
L’orogenesi)
,
la principale causa dell’attuale configurazione delle catene montuose.
L’erosione,
dovuta soprattutto a ghiacciai e corsi d’acqua,
avrebbe addirittura cancellato delle sommità e scavato profonde vallate.
I lavori della Scuola di Grenoble hanno però dimostrato,
oltre alle spinte verticali e non orizzontali all’origine della formazione di catene montuose,
anche che l’erosione non può essere all’origine delle forme attuali delle catene di montagne.
La teoria delle spinte verticali,
in pratica,
asserisce che non furono i corsi d’acqua ed i ghiacciai a scavare le vallate,
ma che - essendosi formate delle vallate - i fiumi vi hanno naturalmente trovato il loro corso.
L’erosione ha poi solo leggermente ritoccato il tutto.
Riassumendo:
a.
Teoria uniformista:
- Spinte orizzontali; - Tempo:
milioni di anni; - L’erosione distrugge intere sommità di montagne; - L’erosione scava profondamente le vallate.
b.
Teoria catastrofista:
- Spinte essenzialmente verticali; - Tempo:
piuttosto breve,
mentre le acque del diluvio si ritiravano; - L’erosione modifica leggermente il tutto.
Vi è inoltre una grossa contraddizione nella teoria uniformista
(o attualista)
:
perché?
L’erosione toglie materiali ai continenti e li deposita in fondo ai mari.
Al ritmo di erosione di oggi si calcola che lo spessore tolto ai continenti sarebbe stato di:
- 43 km.
dall’epoca del Cambriano
(570 milioni di anni fa per gli evoluzionisti)
; - 174 km.
in 2 miliardi di anni!
Queste cifre sono troppo alte,
nessun geologo le accetterebbe,
così si è costretti ad ammettere che l’erosione è stata molto più lenta nel passato,
ma.
.
.
attenzione!
!
I Contraddizione Perché nei tempi antichi l’erosione avrebbe dovuto essere più lenta se,
a quei tempi,
- sempre per gli evoluzionisti - non c’era ancora vegetazione sulla terra?
!
Si suppone che ci vollero ben 200 milioni di anni perché comparissero le prime piante.
Ora,
sappiamo benissimo che,
in assenza di vegetazione,
l’erosione è molto più veloce!
II Contraddizione L’evoluzionista,
per il quale i fenomeni geologici attuali sono la chiave per interpretare il passato,
è costretto ad ammettere che certi fenomeni non sono affatto sempre stati uniformi fra passato e presente!
f)
Le rocce combustibili 1)
IL CARBONE Il carbone ha avuto origine dal seppellimento di enormi foreste che si sono poi fossilizzate Si sa che il carbon fossile si presenta in strati di spessore diverso,
generalmente alternati con strati di origine sedimentaria
(scisti o arenaria,
per esempio)
.
Questi strati sono spiegati dagli scienziati uniformisti con l’ipotesi di foreste ricresciute ripetutamente,
sempre nello stesso posto,
nel corso di millenni,
su strati successivi di sedimenti,
secondo la seguente logica:
1.
Crescita di una foresta 2.
Sprofondamento molto lento del terreno 3.
Conseguente invasione dell’acqua 4.
Distruzione della foresta 5.
Deposito di sedimenti 6.
Ricrescita di un’altra foresta identica alla prima sui sedimenti 7.
Formazione quindi,
in un periodo lunghissimo di tempo,
di carbon fossile
(la foresta distrutta)
alternato a strati di sedimenti Già nel 1947,
C.
A.
Arnold aveva notato che gli strati geologici dove degli alberi verticali avevano le loro radici non comportavano l’esistenza di un suolo,
su cui avrebbe dovuto crescere ogni successiva foresta.
H.
G.
Coffin riprese lo studio attirando l’attenzione su diversi punti,
che vanno tutti nel senso di un trasporto e di un deposito catastrofico!
Studiando il giacimento di Nuova Scozia,
egli mise in evidenza diversi fatti molto interessanti:
1.
Gli alberi verticali sono sempre cavi,
cioè vuoti all’interno,
mentre molti alberi inclinati o orizzontali sono conifere dal tronco forte,
le quali avrebbero dovuto resistere molto meglio ad una eventuale inondazione.
2.
I sedimenti
(detriti,
frammenti di rocce,
ecc.
)
che riempirono gli alberi cavi,
nel 70% dei casi,
sono di diversa natura rispetto a quelli fuori del tronco.
Questo significa che i tronchi sono stati trasportati dall’acqua provenienti da un’altra zona.
3.
Generalmente,
sotto le radici degli alberi fossilizzati non si trova un suolo,
un terreno che sarebbe stato normale trovare se la foresta fosse stata invasa dall’acqua sul posto.
4.
A volte si ritrovano alberi fossilizzati di strati inferiori che oltrepassano le radici di alberi sullo strato superiore.
L’albero dello strato inferiore avrebbe dovuto rimanere sul posto senza decomporsi mentre i detriti si accumulavano portati dal mare e mentre,
dopo un tempo lunghissimo,
un’altra foresta vi ricresceva sopra.
.
.
Ipotesi veramente incredibile!
5.
A volte si trovano impronte di foglie molto ben conservate sotto le radici degli alberi.
Se gli alberi non fossero stati trasportati dall’acqua e quindi fossilizzati sul posto,
le foglie si sarebbero trasformate in humus
(terreno che contiene sostanze organiche in via di decomposizione)
.
6.
All’interno degli alberi cavi si scoprono detriti di radici sedimentate e persino fossili marini,
che indicano indubbiamente un trasporto per mare.
7.
E’ degno di nota il fatto che orme umane siano state frequentemente rinvenute in strati carboniferi,
ritenuti antichissimi.
In località che vanno dalla Virginia e dalla Pensilvania,
attraverso le Montagne Rocciose,
sono state ritrovate impronte con una lunghezza variante da 12 a 25 cm.
ed un numero sempre maggiore viene trovato con il passare degli anni.
Queste orme sembrano,
secondo ogni evidenza,
esser state lasciate da piedi umani in un’epoca in cui tali rocce erano fango soffice; non si tratta - come abbiamo detto - di un caso raro,
ma piuttosto frequente.
Poiché questi strati sono,
secondo gli evoluzionisti,
circa duecentocinquanta volte più antichi rispetto a quella che potrebbe essere la data alla quale comparve l’uomo,
è chiaro che ciò pone un problema.
Secondo A.
C.
Ingalls,
gli scienziati,
i cui presupposti non permettono loro di accettare queste impronte come quelle di piedi umani,
si dividono in due categorie:
quelli che pensano che queste orme siano state scolpite da antichi indiani e quelli che pensano che furono lasciate da un animale sconosciuto con orme rassomiglianti a quelle di esseri umani
(vedi in proposito A.
G.
Ingalls in “Scientific American” - Vol.
162,
N° 1,
gennaio 1940 - pag.
14)
.
Già che siamo in argomento di impronte,
citiamo un’altra prova simile,
ma più interessante,
che è stata rinvenuta al fiume Paluxy presso Glen Rose,
nel Texas.
Qui sono state rinvenute in uno stesso strato,
che - si suppone - risale al periodo cretaceo,
orme di uomini e di dinosauri.
Ma,
secondo la teoria evoluzionista,
l’uomo non fece la sua comparsa che settanta milioni di anni dopo quel periodo; sembrerebbe perciò impossibile che si potessero trovare le une accanto alle altre.
Alcuni evoluzionisti hanno suggerito che le orme forse erano state scolpite sulla roccia da qualcuno per inganno,
ma scavi fatti più recentemente hanno mostrato che le impronte continuano per molta distanza sotto la roccia; questa possibilità è stata dunque eliminata.
Un altro fossile straordinario
(tanto da non essere stato preso in considerazione dagli evoluzionisti)
è quello dell’orma di un sandalo trovato nella roccia cambriana.
Questo è il più vecchio strato contenente fossili,
e vari fossili trilobiti,
che sono i fossili guida di quel periodo e si vedono chiaramente nell’orma.

(vedi William J.
Meister,
Sr.
,
Discovery of Trilobite Fossils in Shod Foot-print on Human in “Trilobite Beds” - A Cambrian formation - Antelope Springs,
Utah,
“Why Not Creation?
”,
1970 - pp.
186-193)
.
)
8.
Numerosi alberi sono inclinati di 45° o più.
Tali alberi sono difficili da interpretare come in posizione di crescita.
Come hanno potuto essere sedimentati lentamente in questa posizione?
Sarebbero dovuti cadere in avanti.
9.
Il carbon fossile può essere formato in laboratorio in alcune ore.
Anche in questo caso
(come per le rocce cristalline:
vedi punto c.
:
Le rocce metamorfiche)
,
si può fare a meno d’invocare un tempo di milioni di anni!
2)
IL PETROLIO Quasi tutti gli scienziati oggi sono d’accordo sul fatto che,
generalmente,
il petrolio si è formato dalla decomposizione di miliardi di organismi marini
(il plancton animale e vegetale)
.
Questa decomposizione sarebbe opera di batteri anaerobici che vivono al riparo dall’aria.
Gli uniformisti credono che il petrolio si sia formato gradualmente più di 25 milioni di anni fa.
Ma è necessario supporre tanto tempo?
Vediamo:
1.
Questi batteri anaerobici sono stati ritrovati
(dal 1926 in poi)
viventi in certi giacimenti di carbon fossile,
quindi la loro azione non si è conclusa 25 milioni di anni fa.
2.
Nel 1952 nel Golfo del Messico,
si è scoperto petrolio in formazione all’interno di sedimenti recenti.
Ciò vuol dire che questa decomposizione è molto più rapida di quello che suppongono gli uniformisti.
1.
Con materiale derivato da piante,
così come con spazzatura e letame,
si è formato del buon petrolio in laboratorio in venti minuti,
sottoponendo i materiali alle giuste temperature e alla giusta pressione
(questi esperimenti sono stati descritti nel giornale “Chemical and Engineering News” del 29 maggio 1972 - pag.
14)
.
g)
La stratigrafia Quando si viaggia nelle montagne dell’Europa,
ad esempio nelle Prealpi o nel Giura,
si è colpiti dalla vastità dei corrugamenti che intaccano il materiale sedimentario.
Gli strati che si erano deposti orizzontalmente risultano corrugati,
deformati.
Questi corrugamenti testimoniano delle grandi pressioni tettoniche
(tettonica:
corrente della geologia che si occupa della disposizione delle rocce che formano la crosta terrestre)
che si sono esercitate sui sedimenti e della plasticità di questi sedimenti.
Ma,
in quelle regioni che non hanno conosciuto gli sconvolgimenti di cui si parlava prima,
quello che maggiormente colpisce è la continuità dei depositi orizzontali,
che si estendono per migliaia di chilometri quadrati.
Il più significativo esempio di tutto ciò è il Gran Canyon del Colorado.
Il taglio verticale operato dal fiume Colorado in questa immensa “torta” stratificata consente di vedere l’alternanza dei depositi sedimentati.
Lo studio appunto di quest’alternanza si chiama “stratigrafia” e costituisce la base di tutte le ricerche in geologia.
Ma torniamo al Gran Canyon:
si tratta di una “torta” di strati rocciosi alta da 1.
500 a 2.
000 mt.
,
a secondo dei luoghi.
I colori e le strutture nettamente differenziati a secondo degli strati permettono di distinguere con un solo colpo d’occhio i depositi successivi.
Il principio della sovrapposizione > E’ evidente che,
se non si sono verificati sconvolgimenti di sorta,
gli strati più vicini alla superficie sono stati deposti dopo gli altri.
Gli strati più giovani riposano sugli strati più vecchi.
Tale è il principio,
indiscutibile,
della stratigrafia:
il principio della sovrapposizione.
Però è necessario fare subito un’osservazione:
la stratigrafia non ci insegna nulla.
.
.
- né della durata dei depositi; - né dell’intervallo di tempo che separa due depositi consecutivi.
Quindi,
è chiaro che uno strato situato sopra un altro gli è posteriore.
.
.
ma di quanto?
La scala stratigrafica comparativa > La geologia ha bisogno,
per classificare le rocce in un ordine cronologico valido,
di una scala stratigrafica unica e completa che includa le varie rocce che si trovano in tutti i luoghi della Terra.
Ora,
una serie completa di strati,
che includa tutte le “epoche” geologiche non si trova mai realizzata in natura,
né nel Gran Canyon,
né altrove.
Fra due strati,
c’è quello che si chiama “lacuna o lacune”.
Per esempio,
nel caso del Colorado,
fra il Cambriano e il Devoniano,
c’è una lacuna che altera le epoche dell’Ordoviciano e del Siluriano.
Le lacune della stratigrafia > Le “lacune” che ne derivano sono così spiegate dai geologi:
a)
Movimenti del suolo con spinte verticali che provocano l’emersione dall’acqua della regione.
b)
Conseguente arresto della sedimentazione marina.
c)
Sua sostituzione con l’erosione che avrebbe fatto sparire la totalità degli strati corrispondenti alle “lacune”.
Ma questa spiegazione non è per niente soddisfacente perché non permette di spiegare l’orizzontalità abituale degli strati sovrapposti e l’assenza pressoché generale di ogni traccia di erosione fra due strati.
Ora,
numerosi studi recenti hanno dimostrato che queste lacune - che d’altra parte sono molto più numerose di quanto si crede e non possono essere considerate rare eccezioni - hanno un’origine del tutto diversa.
Senza fare intervenire l’erosione e continui movimenti verticali,
che avrebbero conservato l’orizzontalità degli strati,
si pensa ora che queste lacune potrebbero essere state provocate da semplici modifiche climatiche o da spostamenti di correnti marine.
Così,
mettendo a confronto fra loro le varie serie di sedimenti deposti qui o là,
si è elaborata una scala stratigrafica,
secondo lo schema seguente:
cretaceo B giurass.
B trias A permiano A-C cretaceo permiano carbonif.
C trias giurassico carbonifero devoniano A-C permiano siluriano devoniano siluriano B-C devoniano ordoviciano siluriano ordovic.
B cambriano cambriano cambriano cambriano A-B-C A + B + C = Scala Stratigrafica Ma,
anche qui la nozione di “durata” non interviene.
In pratica,
il principio dell’uniformismo secondo cui caratteri morfologici identici corrispondono a identiche età di deposito non può essere assolutamente provato!
Infatti è possibilissimo che:
1.
In luoghi diversi due strati con caratteri morfologici identici si depositino in epoche differenti.
2.
Inversamente,
è plausibile pensare che in due luoghi relativamente lontani due depositi differenti abbiano avuto luogo nello stesso tempo.
Alcune recenti scoperte confermano questo modo di vedere!
Questa critica si trova rafforzata dal fatto che,
contraddicendo il principio della continuità già enunciato prima
(due rocce con uguali caratteri sono contemporanee)
,
in numerosi casi gli studiosi non hanno esitato a classificare in epoche differenti degli strati geologici identici!
Ancora meglio,
accade che uno stesso strato geologico che continua identicamente a se stesso in una sola regione,
non sia datato della stessa epoca!
Questo è il caso,
per esempio,
dei calcari urgoniani delle Alpi,
del Barremiano,
dell’Altipiano in Savoia,
nei Pirenei e nel Portogallo.
Si ammettono dunque delle varianti che dipendono dai fossili contenuti in quello strato roccioso.
E’ qui che s’instaura un circolo vizioso che ha ben poco di scientifico:
l’interdipendenza di due diverse scienze,
la geologia e la paleontologia
(studio dei fossili)
.
Questo significa che gli strati geologici sono classificati gli uni rispetto agli altri tenendo essenzialmente conto dei fossili che essi contengono,
quindi:
1.
La stratigrafia poggia sui fossili per datare i suoi strati; 2.
La paleontologia poggia,
a sua volta,
sulla presunta età degli strati geologici per stabilire il suo albero genealogico delle specie.
Si comprende come tutto ciò costituisca una debolezza di metodo che vale la pena di sottolineare.
h)
Paleontologia e stratigrafia Abbiamo visto al punto g.

(La stratigrafia)
che,
per gli evoluzionisti,
la presenza di fossili identici in due strati geologici diversi porta alla conclusione che questi strati sono contemporanei.
C’è qui una vera e propria petizione di principio:
ovvero si dà per scontato ciò che si deve dimostrare.
.
.
E’ questo il cuore del problema:
in effetti,
se la teoria dell’evoluzione non è accettata come un fatto,
la stratigrafia deve essere interpretata in tutt’altro modo.
E’ solo nel quadro già accettato dell’evoluzione che si può trarre la conclusione:
identità di fossili = identità di epoca dei depositi.
Che cosa ci assicura che la posizione dei fossili negli strati sia da imputarsi soltanto al tempo?
Chi ci dice che due fossili identici,
trovati in due posti diversi,
fossero per forza contemporanei?
Chi ci dice che l’ambiente ecologico e l’origine geografica non abbiano un posto almeno altrettanto importante in questi casi?
Facciamo tre esempi per chiarire meglio:
1.
Supponiamo che un esploratore faccia delle ricerche al Polo Nord e che vi trovi dei resti di orso polare.
Niente di più normale:
l’animale è al suo posto,
nel suo ambiente ecologico.
Supponiamo adesso che egli ritrovi i resti dell’orso polare in Africa.
Quale sarà la sua conclusione?
Diverse possibilità logiche si presenteranno alla sua mente:
a.
L’orso polare è stato trasportato in Africa,
oppure.
.
.
b.
Il clima africano in epoche precedenti era polare.
In nessun caso concluderà che l’orso polare discende da antenati africani.
Il tempo,
in questo caso,
è stato considerato come un fattore secondario rispetto agli altri due:
ambiente ecologico e zona geografica.
2.
Se,
in due località noi troviamo dei resti di lepre delle nevi,
specie montanara che vive ad una certa altitudine,
la conclusione sarà:
le due località hanno dovuto avere
(qualunque sia stata l’epoca del deposito dei resti)
la stessa altitudine o delle altitudini vicine tra loro.
3.
Se,
infine,
troviamo dei resti di pesci di mare ne concluderemo che il mare ricopriva i due luoghi,
anche se in epoche diverse.
Dai tre esempi che precedono,
ne deriva che l’identità dei resti non comporta necessariamente la contemporaneità dei depositi.
Al contrario,
la similitudine dei fossili in due strati geologici ci dovrebbe far pensare all’origine identica di questi fossili; in altri termini a uno stesso ambiente ecologico.
E’ bene sottolinearlo con il massimo rigore:
sono i fossili che hanno la stessa origine e non le rocce che li contengono!
Se il tempo non è il principale responsabile dei fatti,
allora tutte le basi della teoria trasformista vanno spazzate via.
Infatti,
i fossili non sarebbero,
come lo si dice da sempre,
testimoni di stadi successivi della fauna e della flora del mondo nel corso di milioni di anni della sua evoluzione,
ma piuttosto testimoni contemporanei gli uni degli altri,
provenienti da diverse zone ecologiche o geografiche di un solo mondo sostanzialmente uguale:
I fossili ci darebbero così non un film della vita che si è svolta durante millenni,
ma un’istantanea del mondo antidiluviano,
con le sue diversità di specie,
di zone geografiche ed ecologiche.
La foto mostra un fossile di felce.
I fossili confermerebbero in questo modo il racconto biblico del diluvio,
come anche lo farebbero i giacimenti di carbone e di petrolio.
In questo modo,
si otterrebbe forse la soluzione di alcuni enigmi tra i più irritanti della paleontologia,
come per esempio:
La ricomparsa del Celecanto Il Celecanto fa parte di una delle numerose specie che gli evoluzionisti credevano estinte da centinaia di milioni di anni.
Infatti,
si ritrovano in gran numero negli strati del Cretaceo,
ma non figurano più in alcuno degli strati successivi.
Una “assenza” di quasi 100 milioni di anni!
Non occorreva altro per fare di questo pesce una tappa dell’evoluzione,
una specie strana che aveva dato origine ad altre famiglie di pesci più “evolute” prima di sparire per sempre.
Però,
nel 1938,
poi nel 1952,
e più recentemente ancora,
diversi esemplari tuttora viventi di Celecanto sono stati ripescati al largo delle coste africane e malgasce.
Ecco dunque nello stesso tempo colmato un fosso di quasi 100 milioni di anni.
La conclusione che questa scoperta ci obbliga a trarre è tripla:
1.
Si ignorano ancora molte cose nel campo del mondo animale,
particolarmente per ciò che concerne gli animali marini di grande profondità.
Affermare che una specie era una transizione nel corso dell’evoluzione perché questa specie,
frequente in uno strato geologico,
è sparita in seguito,
è aleatorio.
2.
I Celecanti del Cretaceo e i Celecanti vivi della nostra epoca rappresentano,
tutti lo ammettono,
una sola ed unica specie,
che non ha cessato di esistere dal Cretaceo ai nostri giorni.
Il fatto che non si siano mai fossilizzati in.
.
.
100 milioni di anni è per lo meno strano!
Sarebbe forse più giusto accorciare sensibilmente gli spazi del tempo?
Comunque la loro assenza negli strati posteriori al Cretaceo,
cioè in tutti gli strati terziari e quaternari,
non è stata un impedimento per la loro esistenza!
Da allora,
non si capisce perché,
l’assenza di fossili di altri esseri viventi
(uomini per esempio)
in questi stessi strati sarebbe un segno della loro non esistenza!
In altri termini,
la storia dei Celecanti dimostra che l’assenza di un fossile rappresentativo di una specie,
negli strati geologici,
non può assolutamente essere considerata la prova che questa specie non esistesse ancora nell’epoca in cui certi strati si sono formati.
3.
La fossilizzazione massiccia dei Celecanti nei terreni cretacei e la loro ricomparsa negli oceani attuali,
sarebbero molto più facilmente spiegabili nel quadro di una geologia catastrofista che in quello della geologia evoluzionista tradizionale.
Come fare,
secondo quest’ ultima teoria,
a giustificare la loro scomparsa durante così tanti milioni di anni?
Come hanno potuto sopravvivere 100 milioni di anni senza essere mai fossilizzati?
Perché l’evoluzione non li ha toccati?
Tutti questi problemi sarebbero risolti se,
accettando l’idea del diluvio universale,
si supponesse che i Celecanti sono stati sedimentati in massa nel loro ambiente naturale di vita
(le acque di media e grande profondità)
nel momento in cui i sedimenti hanno raggiunto questi luoghi
(quelli che chiamiamo i terreni cretacei)
.
Alcuni esemplari sarebbero sopravvissuti alla catastrofe,
e sarebbero gli antenati dei nostri Celecanti attuali.
La scomparsa dei Dinosauri Questi enormi rettili,
per la maggior parte erbivori,
sono molto frequenti in forma fossile negli strati secondari.
Spariscono poi bruscamente al Cretaceo.
Come spiegare l’improvvisa e rapida scomparsa di queste enormi bestie?
Innumerevoli ipotesi,
tutte poco esaurienti,
sono state fatte:
apparizione di roditori che divorano le uova.
.
.

(ma sono stati ritrovati veri e propri “giacimenti” di uova di dinosauro intatte,
negli Stati Uniti e nella regione della Provenza,
in Francia)
,
brutale cambiamento del clima
(perché sarebbero stati i soli a morire?
)
,
scomparsa del loro nutrimento,
radiazioni cosmiche,
ecc.
Tutti i paleontologi sono d’accordo nell’affermare che però l’enigma rimane.
Forse si potrebbe risolvere se,
prendendo in considerazione il racconto biblico,
si accettasse l’idea che,
non essendo nell’arca che Noè costruì per ordine di Dio,
essi siano spariti tutti quanti.
Quando sappiamo che molti di essi pesavano lo scherzo di circa 50 tonnellate,
a volte anche di più,
vediamo come la loro assenza nell’arca.
.
.
abbia facilitato le cose!
Fu la loro estinzione totale.
Vivendo nelle zone paludose delle coste antidiluviane o poco più in alto,
questi enormi animali,
capaci di nuotare occasionalmente,
sono definitivamente scomparsi quando le acque raggiunsero e sommersero le zone ecologiche dove potevano vivere ad esclusione di tutte le altre.
La loro mole e la loro morfologia probabilmente impediva loro di sopravvivere in una regione di altitudine differente.
Anche se questa spiegazione non pretende di aver esaurito il problema,
essa ha il pregio di far rilevare come,
ancora una volta,
l’ipotesi catastrofista rende meglio conto dei fatti.
Si spiegherebbe così il fatto che ritroviamo enormi quantità di fossili di dinosauri negli strati del giurassico e del cretaceo,
mentre essi spariscono totalmente negli strati posteriori.
La brutalità della loro sparizione si spiegherebbe così,
come anche la sua rapidità:
poiché per sedimentare bestie di questa dimensione non si può non ammettere la necessità di una sedimentazione rapida,
di una consistente ampiezza!
Quest’ultimo punto merita di essere sottolineato.
Per fossilizzare un animale è necessario che il suo corpo sia velocemente sottratto all’azione dei predatori,
dei rapaci,
o dei batteri di ogni genere,
dalla decomposizione che comincia subito dopo la morte.
E quando si sa che per i geologi evoluzionisti la velocità di deposito dei sedimenti che formano gli strati geologici in cui si ritrovano questi fossili è dell’ordine di qualche millimetro per millennio,
si è nel diritto di porci delle domande.
Come hanno potuto a questo ritmo gli alberi,
gli animali di qualsiasi grandezza e.
.
.
i dinosauri giganti sussistere così tanto senza che i loro corpi sparissero,
divorati,
rosi o decomposti?
Non è forse più plausibile pensare che siano stati seppelliti bruscamente da una catastrofe di rilevanti dimensioni?
Un diluvio per esempio.
.
.
?
!
!
i)
L’arca Noè dovette accogliere nell’arca tutte le “specie” del suo tempo.
Il numero di specie animali di quell’epoca tuttavia fu molto probabilmente meno importante di quanto generalmente si suppone
(vedi punto 4.
“La Biologia racconta.
.
.
”)
.
Il clima di allora,
quasi uniforme,
probabilmente non presentava zone climatiche molto differenti e quindi zone ecologiche profondamente diverse fra loro,
come si vede oggi.
Non è improbabile che,
allora,
gli animali scegliessero la propria zona di habitat più in funzione dell’altitudine che della latitudine.
Ma come poteva l’arca contenere comunque tutti gli animali?
Intanto c’è da notare che tutte le specie marine non figurano naturalmente fra gli animali entrati nell’arca
(cfr.
Genesi 7:
8)
.
Inoltre,
non bisogna dimenticare che gli enormi rettili del Secondario,
i dinosauri per esempio,
non vi entrarono; così si spiega la loro improvvisa sparizione alla fine del Cretaceo
(vedi punto 5.
h.
“Paleontologia e Stratigrafia”)
. Vediamo le dimensioni dell’arca indicate dal testo biblico:
300 cubiti di lunghezza x 50 cubiti di larghezza x 30 cubiti di altezza
(Genesi 6:
15)
.
Questo corrisponde a circa 150x25x15 metri,
con tre ponti.
Tali dimensioni corrispondono a quelle di una nave di notevole stazza:
più di 20.
000 tonnellate.
Cioè la capacità di otto treni-merci di 65 vagoni ciascuno.
Quando si pensa che due treni di questo genere possono trasportare fino a 30.
000 animali di media taglia,
come i montoni,
ci si rende conto che l’arca poteva contenere un bel numero di bestiame.
Come risolvere il problema dell’alimentazione durante un anno intero,
tanto infatti restarono gli animali e le persone nell’arca?
Una possibilità potrebbe essere suggerita dall’ibernazione che riguarda anche oggi un buon numero di specie animali.
Le condizioni climatiche durante il diluvio dovettero essere molto perturbate,
il che avrebbe potuto favorire l’ibernazione di un gran numero di animali.