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la trinità

SANTISSIMA TRINITà - Anno B
Prima lettura: Deuteronomio 4,32-34.39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: “Interroga pure i tempi anti­chi, che furono prima di te:
dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra,
vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa?
Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, co­me l’hai udita tu,
e rimanesse vivo?
O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con pro­ve,
segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori,
come fece per voi il Signore vostro Dio in Egit­to, sotto i vostri occhi?
Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore
che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro.

(L'autorità di Dio è senza limitazioni)

Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò,
perché sii felice tu e i tuoi figli dopo di te
e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dà per sempre”.

***L'Emmanuele, il Dio con noi, Gesù di Nazaret, è preparato dal Dio vicino.

Mosè tiene un discorso che celebra l'unicità di Dio, la sua grandezza, il suo rapporto con il popolo con il quale stringe l'alleanza.
Incontriamo una delle pagine teologicamente più ricche e spiritualmente più elevate del Deuteronomio.
Il brano liturgico è composto da due parti, dipendenti dall'imperativo:
1 - «Interroga», rivolto al popolo (vv. 32- 34); 2 - «sappi» e «osserva» che riassume un assioma fondamentale della teologia veterotestamentaria:
All'unicità di Dio e alla comunione con lui, è chiamato il suo popolo nell'osservanza della Legge divina.

Il Dio di Israele non vive in solitaria beatitudine, ma associa a sé un popolo,
promuovendolo all'esaltante ruolo di partner divino.

Con pagine dense che richiamano la sensibilità del Deuteroisaia e alcuni passi di Giobbe (cf. Gb 4,7-8; 8,8-10),
si fa appello all'insegnamento della storia o all'esperienza umana:
da che mondo è mondo,
nessun evento può essere paragonato alla liberazione dall'Egitto e all'alleanza al Sinai.


Sono eventi di cui Israele è stato testimone oculare,
per mezzo dei quali può convincersi pienamente dell'onnipotenza e dell'unicità del suo Dio.
Da ciò il «sappi» che inaugura il v. 39,
ripropone in lucida chiarezza la sostanza del primo comandamento (o meglio, della prima parola).
Il v. 40, concludendo il brano liturgico, trae la logica conseguenza che impegna la vita.
Se Dio è davvero il sovrano unico e onnipotente di cui si è parlato sopra,
diventa quasi naturale osservare la sua legge che permette di vivere quell'alleanza che egli si è degnato offrire al popolo.
I frutti di una comunione con Dio
sono espressi secondo i canoni della teologia dell'epoca:
la felicità della famiglia che prospera (la vita)
nel paese dato da Dio (la terra).


Seconda lettura: Romani 8,14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio,
co­storo sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura,
ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo:
“Abbà, Padre!”.
Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito
che siamo figli di Dio.
E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio,
coere­di di Cristo,
se veramente partecipiamo alle sue sofferenze
per partecipare anche alla sua gloria.

***L'apertura del capitolo si aggancia al grido di aiuto e di vittoria di 7,24-25
(«Chi mi libererà da questo corpo di morte?
Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!»)
trova ora la sua conferma e giustificazione.
L'inizio del capitolo, rappresenta, in miniatura la storia della salvezza ad opera della Trinità:
il Padre invia il Figlio,
questi prende un corpo mortale attraverso il quale opera la radicale trasformazione della natura umana,
restituita a vita nuova,
alimentata dallo Spirito che orienta la nuova esistenza dei credenti.
Il capitolo segna il grande trapasso all'azione dello Spirito.
La nostra lettura sottolinea lo statuto di figli che ci viene dato dallo Spirito.
Lo Spirito designa la natura di Dio e l'influenza divina sull'uomo che si dispiega comunicando,
donando e trasformando chi accetta di essere salvato.
Egli è il principio positivo che rende partecipi della vita divina nel tempo,
in attesa di un compimento nell'eternità:
«Lo Spirito è per i credenti e battezzati il dono della salvezza in un tempo intermedio» (O. Kuss).
Di fatto si parla di «primizie» (Rm 8,23) o della «caparra» (2Cor 1,22; 5,5) dello Spirito,
lasciando percepire una realtà che attende la sua pienezza.
Lo Spirito opera incominciando con una specie di «pulizia»,
in quanto libera da una legge schiavizzante che ordina,
ma non aiuta ad eseguire quanto è stato comandato.
Il dono dello Spirito è il principio interiore che guida l'uomo,
come se gli «zampillasse dentro»,
secondo la bella immagine del Quarto Vangelo (cf. Gv 4,14; 7,38-39).
Si parla di «legge dello Spirito» nel senso che lui è la nuova legge,
principio di rinnovamento interiore e quindi di vita nuova.
È la legge dell'amore, di cui è capace il cuore umano quando è invaso dallo Spirito (cf. 5,5).
L'esperienza dello Spirito è qui tematizzata come figliolanza divina che è un dono già ora fruibile,
in attesa di un godimento pieno.
Nell'arco di questo «già e non ancora»
si stende l'azione della speranza che ingloba tutto,
mondo esterno compreso.
Il v. 14 è la tesi teologica che regge tutto il brano,
fondata su due poli:
1 - la guida dello Spirito e
2 - la figliolanza divina.

La presenza dello Spirito in noi è misteriosa perché non la si conosce direttamente.
Possiamo dire che la si coglie soprattutto nei suoi effetti.
Uno di questi è quello di rendere gli uomini figli di Dio.

Lo sforzo dell'uomo è preceduto dall'impegno di Dio di cercarlo.
Dio, mediante il suo Spirito, raggiunge l'uomo, e lo promuove alla comunione con sé,
rendendolo suo familiare, e infondendogli la stessa vita divina.
Mosso sempre più efficacemente dallo Spirito, condotto da questo Altro,
l’uomo agisce sempre più da figlio e sempre meno da schiavo.
Questo Altro che guida il discepolo,
viene assimilato così da formare una profonda unità con il discepolo stesso.
Non per nulla le facoltà superiori dell’uomo,
una volta divinizzate, si chiamano esse stesse «spirito».
Esiste quindi intima armonia tra la condotta dell'uomo virtuoso e ciò che vuole il suo essere profondo.
La sua volontà, felicemente orientata dallo Spinto,

lo porta a sentirsi figlio e quindi
autorizzato a rivolgersi a Dio con il tenero appellativo di Abbà.
Questo termine aramaico, sconosciuto al giudaismo, è invece caratteristica del Figlio di Dio, Gesù Cristo.
Lui solo poteva dire in tutta libertà tale titolo (cf. Mc 14,36)
e lui solo poteva autorizzare i credenti a ripeterlo (cf. Gal 4,6).
Giunge così a conclusione il cammino dell'Antica Alleanza:
si era partiti da una paternità rispettosa, ma lontana,
e si arriva ad una paternità sempre rispettosa, ma confidenziale.
Gesù ha insegnato a colloquiare con Dio con il linguaggio semplice,
spontaneo e fiducioso del bambino che si rivolge a suo padre chiamandolo teneramente «papà», «babbo».

A noi è concesso di ripetere questa dolce parola,
grazie allo Spirito.
Così commenta un autore antico:
«È come una madre che insegna al proprio bambino a dire "papà" e ripete tale nome con lui,
affinché lo porti all’abituarne di chiamare il padre anche nel sonno» (diadoco di foticea).
Solo lo Spirito Santo può infondere il sentimento della figliolanza divina
e quindi farci sentire figli di Dio.



Vangelo: Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però du­bitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.

Andate dunque e ammaestrate tutte le na­zioni,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fi­ne del mondo”.

ESEGESI
Il mistero della vita nuova di Gesù è fatto conoscere dapprima alle donne
le stesse che erano sotto la croce.
Un angelo rivela che il Risorto vuole incontrare i discepoli in Galilea.
Il brano riporta la scena di tale incontro.
Siamo in presenza di un testo denso per contenuto e bene organizzato per struttura.
Si intrecciano una scena di riconoscimento (vv. 16-17)
e una scena di missione (vv. 18-20), ognuna delle quali si sviluppa con moduli caratteristici.
La scena di riconoscimento si apre con la disposizione di Gesù
data ai discepoli di recarsi in Galilea sul monte prestabilito (v. 16).
Segue una grandiosa cristofania in cui Gesù risorto appare per la prima volta al gruppo apostolico (v. 17).
La seconda scena comprende l'invio nel mondo.
Gesù manda gli Apostoli provvedendoli di quel potere che lui stesso possiede in pienezza (v. 18).
In forza di tale potere delegato, gli Apostoli possono battezzare nella Trinità
e far conoscere la sua parola e la sua opera, nuova norma di vita (vv. 19-20a).
A conclusione della scena e di tutto il vangelo Gesù assicura ai suoi una presenza perenne (v. 20b).
È una presenza efficace che si pone come garanzia e fondamento della missione apostolica.
Gesù aveva precedentemente fissato un appuntamento agli Apostoli sul monte di Galilea.
Non è possibile identificare il monte e probabilmente, non è neppure necessario.
Forse l'evangelista intende creare un ideale collegamento con i monti che sono stati testimoni della presenza di Gesù:
il monte della tentazione,
delle beatitudini,
della seconda moltiplicazione dei pani,
della trasfigurazione.
Questi monti hanno contemplato il sorgere di un'umanità vittoriosa, nuova e trasformata.
Ora sul monte di Galilea il Risorto porta a compimento la vittoria perché la morte è stata vinta.
L'appuntamento è troppo importante per mancare.
Alle donne per ben due volte si raccomanda di ricordarlo ai discepoli.
Il monte della Galilea è allora il luogo dove i discepoli possono incontrare il Risorto
e dove la comunità ecclesiale prende un nuovo orientamento.
È la prima volta che Gesù incontra i suoi Apostoli dopo la risurrezione.
L'incontro era stato annunciato ed era stato fissato un appuntamento.
Manca perciò l'improvvisazione che crea talora disorientamento, perplessità, incapacità ad afferrare subito la situazione.
La traduzione «alcuni però dubitavano»
non sembra pertinente se riferita all'atteggiamento degli Apostoli.
Meglio rendere:
«Coloro che prima avevano dubitato (delle parole delle donne)».
Il gesto dell'adorazione (verbo proskynéo) mostra che sono passati i tempi dell'incertezza
o della titubanza e ora i discepoli sono pronti ad accogliere la travolgente missione che Gesù sta per affidare loro.



1. Il potere di Gesù
Le prime parole di Gesù risorto ai suoi discepoli rivendicano un'autorità sovrana e esprimono una forza singolare.
Notiamo: «Mi è stato dato»:
gli studiosi ravvisano qui la presenza del cosiddetto «passivo divino».
Si tratta di una forma in uso presso gli ebrei,
consistente nel trasformare la frase al passivo per evitare il nome di Dio.
La frase sarebbe: «Dio mi ha dato».
Gesù ha quindi coscienza di avere ricevuto tutto dal Padre, fonte di ogni autorità.
«Ogni potere»:
il termine indica l'autorità e la capacità di agire, che sono state conferite a Gesù da Dio.
Poiché egli è il Figlio, la piena autorità conferitagli deve essere intesa come un potere sovrano che egli esercita in piena unione con la volontà del Padre.
«In cielo e in terra»:
l'uso degli opposti «cielo-terra» è un modo per esprimere la totalità,
senza esclusione alcuna.
Gesù afferma, dunque, di avere «tutto» il potere e di esercitarlo «ovunque».

Già durante la vita pubblica non era mancata a Gesù l'opportunità di rivendicare un'autorità superiore:
aveva interpretato in modo personalissimo la legge,
aveva perdonato i peccati,
aveva proposto al giovane ricco di porsi alla sua sequela per ottenere la perfezione.
Ora però, per la prima volta in forma così esplicita, afferma di possedere il potere nella massima estensione.
Un orecchio biblico ben educato non faticherà a riconoscere nelle parole di Gesù un'eco di
Dn 7,13-14:
«Ecco apparire sulle nubi del cielo uno,
simile ad un figlio di uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,
che gli diede potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;
il suo potere è un potere eterno».
Gesù fa sue le parole profetiche e si identifica con l'inviato di Dio.
Ha lo stesso potere di Dio perché lo possiede nella totalità.
Perché Gesù proclama solo ora e in forma così solenne di possedere la pienezza del potere?
Alla domanda si potrà rispondere dopo aver chiarito un poco che cosa Gesù intenda per potere.
Egli distingue tra un'accezione comune del termine,
e una nuova che i discepoli devono prima comprendere e poi vivere.
L'interpretazione comune lo intende come dominio e vantaggio personale:
«Voi sapete che i governanti dominano su di esse e i capi esercitano su di esse il potere» (20,25).
Gesù propone un significato nuovo:
«Tra voi non deve essere così; ma chi vuol diventare grande tra voi,
sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo,
come il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (20,26-28).
Il potere rivendicato da Gesù è il potere di spezzare le catene dell'egoismo,
di smascherare le trame dell’orgoglio,
di vincere la sottile tentazione del farsi servire.
È, positivamente la capacità di mettersi in sintonia con il progetto di Dio, comprendendolo e attualizzandolo.
Rispondendo ora alla domanda posta sopra, si capisce perché Gesù possa parlare a pieno titolo di questo potere nel contesto della risurrezione.
Dopo una vita di totale obbedienza al Padre e di solidarietà con gli uomini fino al dono di sé,
egli può ben dire di possedere tutto il potere che è tutta la forza dell’amore.
L’amore del Padre che tanto ama gli uomini da dare suo Figlio,
e reso visibile nel dono che Gesù fa di stesso sulla croce:
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).



2. Il potere delegato: la missione
Delegare è una parola polivalente e talora anche ambigua.
Può significare l’abdicazione a precise responsabilità,
il disinteressamento per una cosa di importante.
In questo caso ha il valore negativo di rinuncia negligente e colpevole.
In altri casi, delegare può essere una sollecitazione alla partecipazione, il coinvolgimento intelligente e responsabile nella gestione di qualcosa di interesse pubblico.
Se è l'autorità che delega altri, perché anch’essi partecipino al potere decisionale divenendo corresponsabili, allora la delega risulta plausibile e, ben di più, auspicabile.
Gesù ha affermato di possedere il potere ricevuto dal Padre.
Lo ha detto per giustificare e motivare la delega che ora affida ai suoi discepoli, embrione della comunità ecclesiale.
Non potrebbe dare se non avesse.
Poiché ha, può dare. Il potere che lui delega prende il nome di «missione».
Tale missione si esplica nel rendere tutti gli uomini partecipi della famiglia divina.
L'imperativo «ammaestrate tutte le nazioni» sarebbe meglio renderlo con «fate discepole tutte le nazioni».
Il discepolato è la sequela di Cristo, cioè l’impegno di andare dove lui guida.
Il suo cammino conduce al mistero di Dio, nel cuore stesso della Trinità.
Tutti i discepoli devono essere battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
quindi inseriti nel dinamismo trinitario e resi partecipi della vita divina.
Impareranno così a dare e a darsi, a costruirsi come comunità che vive di comunione.
Davvero un bel traguardo, esigente ma non impossibile.
Gli Apostoli sono impegnati in prima persona in un insegnamento che è fatto di parole e di vita.
Ma la riuscita è resa possibile da Gesù che assicura la sua perenne presenza.
Gesù durante la sua vita aveva indicato la strada da percorrere,
ora, come Risorto, dà la forza per camminare.
Questa forza viene dalla sua presenza.
Egli rimane il centro propulsore della comunità e la Chiesa rimane realtà legata a lui e da lui dipendente.
Non si congeda dai suoi perché non si allontana da loro; cambia solamente tipo di presenza.
L’appuntamento che dà in Galilea è per ricordare che sarà sempre tra loro.
La comunità apostolica ha motivo di rallegrarsi e di continuare con entusiasmo la sua missione.
Mentre annuncia l'amore trinitario, vive di esso.
Tutti noi, comunità ecclesiale,
dobbiamo centrare di più la nostra vita sulla risurrezione, quella di Cristo,
che ha permesso a noi di iniziare una vita di figli di Dio,
e sulla nostra, come professiamo ogni domenica, per ricordarci che con il battesimo abbiamo iniziato quella vita trinitaria che speriamo di «consumare» nell'eternità beata.


Meditazione

La Bibbia, pur affermando che Dio è sempre Altro e Oltre il nostro pensiero,
si presenta come "rivelazione", cioè come uno squarcio nel velo di silenzio che nasconde il mistero divino.
La rivelazione cristiana apre ulteriori orizzonti in questa luce invalicabile,
che «l'uomo non può vedere continuando a restare in vita»,
come si ripete spesso nell'Antico Testamento.
Appare, così accanto al Padre, il Figlio inviato nel mondo e lo Spirito vivificatore,
e nel nome della Trinità noi apriamo questa e ogni altra liturgia,
concludiamo ogni preghiera ed è benedetta ogni persona e cosa.



Il vertice del pensiero paolino ove con un suggestivo contrappunto l'apostolo presenta due "spiriti".
1 - C'è innanzitutto lo spirito dell'uomo,
cioè il principio del suo esistere, del suo operare,
del suo amare e del suo peccare, della sua libertà e della sua schiavitù.
2 - Ma c'è anche uno Spirito di Dio,
principio del suo amore e della sua comunicazione all'uomo.
Ebbene, questo Spirito divino penetra nello spirito dell'uomo,
lo invade come un vento che tutto avvolge e permea.
La creatura che accoglie e si lascia conquistare da questo Spirito viene trasformata da figlio dell'uomo in figlio di Dio,
diventa membro della sua famiglia, è ufficialmente dichiarato coerede del primogenito di Dio, il Cristo.
Paolo, quindi, proclama una vera e propria ammissione dell'uomo all'interno della vita divina.
Questo ingresso avviene attraverso il battesimo, visto come radice dell'intera vicenda cristiana, e attraverso l'ascolto obbediente della Parola.
È ciò che è lapidariamente formulato nella scena finale del Vangelo di Matteo che oggi domina la nostra liturgia.
In Gallica non si danno solo appuntamento il Cristo risorto e gli Undici, ma il mistero di Dio e quello della Chiesa.
Da un lato, infatti, il Cristo glorioso appare nello splendore più puro della sua divinità;
egli è per eccellenza "superiore" e trascendente rispetto a tutta la realtà creata:
«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra».
Davanti a lui l'uomo si prostra in adorazione.
La sua presenza non è come quella di una persona terrena.
È una presenza che dev'essere scoperta attraverso la via della fede, ed è per questo che conosce anche l'esitazione, l'oscurità, il dubbio.
D'altra parte, però, Cristo è vicino,
è «con noi tutti i giorni» e in tutte le epoche storiche.
Soprattutto è operante all'interno della Chiesa a cui comunica la sua Parola e la sua grazia salvifica.
Infatti alla Chiesa egli affida il compito di annunziare all'umanità «tutto ciò che egli ha comandato», coinvolgendo ogni uomo nella salvezza: l'«ammaestrate» della versione del Vangelo,
che oggi leggiamo, nell'originale suona meglio come un «fare discepoli» i popoli.
Per la Bibbia,
quindi, il mistero infinito di Dio non respinge ma accoglie in sé i nostri piccoli misteri, immergendoli nella sua luce infinita.
Non dobbiamo, perciò, considerare Dio solo come oggetto di discussione filosofica e teologica,
non dobbiamo solo parlare in modo distaccato e freddo di Dio e della Trinità.
Dobbiamo anche parlare a Dio in un dialogo di intimità e di vita che lui stesso ha inaugurato.
Preghiere e racconti


Se il mondo c’è, Dio è Amore
Al nonno, professore universitario, che cercava di trasmettergli il concetto che "Dio è onnisciente, onnipotente, non ha bisogno di nulla, basta a se stesso, insomma è tutto!"
il nipotino di cinque anni rivolge a bruciapelo questa domanda inaspettata: "ma senti un po’ nonno, se Dio è tutto perché ha fatto il mondo?" Quando mi raccontarono il fatto rimasi sbalordito, ero appena uscito dalla lettura di due testi, il primo di un fisico, premio Nobel, Steve Weinberg che chiudeva il suo libro sull’origine dell’universo con una frase più o meno simile: quanto più l’universo ci diventa noto, tanto più non riusciamo a spiegarcene il perché, ci resta incomprensibile.
Il secondo libro era di un teologo, Hans Urs von Balthasar, il quale affermava che: il mondo rimane per noi incomprensibile non soltanto se Dio non c’è, ma anche se Dio c’è e non è Amore.
La domanda "se Dio è tutto perché ha creato il mondo?" può avere una sola risposta: perché Dio è Amore.
La prima conclusione suona allora così: se il mondo c’è, Dio è Amore.
Un Dio con la pelle
So di un bambino che all'ora di andare a letto voleva essere tenuto dalla mamma.
Quando la madre ricordò al bimbo che le braccia di Dio lo avrebbero circondato tutta la notte, il piccolo rispose:
«Lo so, ma questa sera ho bisogno di un Dio che abbia la pelle».
Ebbene, credo che la risposta di questo bambino contenga qualcosa di profondo,
poiché ci sono dei momenti in cui abbiamo tutti bisogno di un Dio che abbia la pelle.
Tutte le conoscenze contenute nella nostra mente devono in un certo senso attraversare i canali dei nostri sensi.
In un modo o nell'altro, dunque, Dio deve rendersi visibile, udibile e palpabile.
Nell'Antico Testamento, si ode la voce di Dio e la si vede nel lampo al di sopra del Sinai.
La voce di Dio rimbomba dal roveto ardente e mediante le bocche dei suoi profeti umani.
Dio è la voce silenziosa che giunge nella brezza leggera e dice:
«Fermatevi e sappiate che io sono Dio!»
Giovanni, all'inizio della sua prima lettera, dice che desidera parlarci di Gesù e lo fa in questi termini:
«Ciò che era fin da principio,
ciò che noi abbiamo udito,
ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,
ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato,
ossia il Verbo della vita
(poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza
e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi),
quello che abbiamo veduto e udito,
noi lo annunciamo anche a voi,
perché anche voi siate in comunione con noi.
La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1,1-3).
(J. POWEL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 170)


Gloria tibi Trinitas! Hans Urs von Balthasar ha approfondito una stupenda analogia per parlare dell'azione trinitaria in favore di noi uomini,
per parlare della Trinità per come la conosciamo noi in quello che ha fatto per noi uomini.
L'analogia è quella del teatro.
Pensiamo al teatro, ad un dramma.
Pensiamo al rapporto che c’è tra l'Autore del testo del dramma,
l'Attore protagonista della scena e il Regista di tutta la scena.
Quanto i tre fanno può essere espresso dai verbi seguenti:
L'Autore genera, concepisce, esprime, formula.
L'Attore incarna, rende vivo, realizza, presta alla parola dell’autore presenza e azione.
Il Regista ispira, suggerisce, dirige, orchestra, armonizza.
Pensiamo ad un dramma in cui i tre sono coinvolti allo stesso modo:
perché l’attore è la persona più cara per l’autore,
perché nell’attore persona e ruolo coincidono,
il dramma cioè è qualcosa in cui non si recita ma si vive, chi fa la parte del re è re davvero,
non si muore per finta, ma con vero spargimento di sangue.
La bellezza della rappresentazione dipende tutta dalla sintonia del regista e dell’attore con l’autore.
Il pubblico è coinvolto, ci sono ponti fluidi tra platea a scena.
Chi sono l'Autore, l'Attore e il Regista del dramma divino che coinvolge l’uomo? Sono proprio il Padre, il Figlio e lo Spirito.
Il Padre genera, esprime, formula, dà tutto ciò che è.
Il Figlio incarna, rende vivo, realizza, dà presenza e azione.
Lo Spirito Santo ispira, suggerisce, dirige, orchestra, unisce nella distanza.
La bellezza che attrae, stupisce e coinvolge è la sintonia perfetta, l’unità.
Il Padre non troneggia immobile, giudice sopra il dramma.
Il suo testo è il suo stesso piegarsi sulla sua creatura.
L’Attore, il Figlio è ciò che di più caro il Padre abbia.
In lui persona e ruolo coincidono perfettamente,
non c’è neppure un minuto in cui reciti, vive! Muore e risorge realmente.
Lo Spirito Santo sa cogliere perfettamente lo spirito del testo:
è lui!
È allo Spirito che il Padre affida il suo testo,
è all’interpretazione e alla guida dello Spirito che il Figlio si affida per tradurre in vita il testo.
Il pubblico, l’uomo, è coinvolto, ci sono ponti fluidi tra platea e scena.
Tutti possono divenire attori insieme all’attore principale, figli nel Figlio,
basta avere l’umiltà di farsi assumere nella regia dello Spirito come ha saputo fare Maria.
Che il mondo lo voglia o no il suo dramma è dramma trinitario, dramma dell’amore puro dono di sé.
Noi cristiani lo sappiamo, e sappiamo che sta qui il senso vero, ultimo della vita.
Sta a noi lasciarci coinvolgere fino in fondo e portare questo nella vita di ogni giorno.



Gloria tibi Trinitas!
La famiglia, icona della Trinità
Il Signore benedica tutti i vostri progetti, miei cari fratelli.
Il Signore vi dia la gioia di vivere anche l'esperienza parrocchiale in termini di famiglia.
Prendiamo come modello la Santissima Trinità:
Padre, Figlio e Spirito che si amano, in cui la luce gira dall'uno all'altro,
l'amore, la vita, il sangue è sempre lo stesso rigeneratore dal Padre al Figlio allo Spirito, e si vogliono bene.
Il Padre il Figlio e lo Spirito hanno spezzato questo circuito un giorno e hanno voluto inserire pure noi, fratelli di Gesù.
Tutti quanti noi.
Quindi invece che tre lampade,
ci siamo tutti quanti noi in questo circuito per cui e la parrocchia e le vostre famiglie prendano a modello la Santissima Trinità.
Difatti la vostra famiglia dovrebbe essere l'icona della Trinità.
La parrocchia, la chiesa dovrebbe essere l'icona della Trinità.
Signore, fammi finire di parlare, ma soprattutto configgi nella mente di tutti questi miei fratelli il bisogno di vivere questa esperienza grande,
unica che adesso stiamo sperimentando in modo frammentario,
diviso, doloroso, quello della comunione, perché la comunione reca dolore anche, tant'è che quando si spezza, tu ne soffri.
Quando si rompe un'amicizia, si piange. Quando si rompe una famiglia, ci sono i segni della distruzione.
La comunione adesso è dolorosa, è costosa, è faticosa anche quella più bella, anche quella fra madre e figlio;
è contaminata dalla sofferenza. Un giorno, Signore, questa comunione la vivremo in pienezza. Saremo tutt'uno con tè.
Ti preghiamo, Signore, su questa terra così arida, fa' che tutti noi possiamo già spargere la semente di quella comunione irreversibile,
che un giorno vivremo con te.
Don Tonino Bello
Preghiera
O mio Dio,
Trinità che adoro,
aiutami a dimenticarmi interamente,
per stabilirmi in te, immobile e tranquilla come se l'anima mia già fosse nell'eternità.
Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da te, o mio Immutabile;
ma ogni istante mi immerga sempre più nelle profondità del tuo mistero!
Pacifica l'anima mia;
fanne il tuo cielo, la tua dimora prediletta e luogo del tuo riposo.
Che, qui, io non ti lasci mai solo; ma tutta io vi sia, ben desta nella mia fede, immersa nell'adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.
O amato mio Cristo,
crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore,
vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti... fino a morirne!
[...]. Ma sento tutta la mia impotenza;
e ti prego di rivestirmi di te, di immedesimare la mia anima a tutti i movimenti dell'anima tua,
di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me,
affinché la mia vita non sia che una irradiazione della tua Vita
vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno,
Parola del mio Dio,
voglio passar la mia vita ad ascoltarti,
voglio rendermi docilissima a ogni tuo insegnamento,
per imparare tutto da te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell'impotenza, voglio fissarti sempre e starmene sotto il tuo grande splendore. O mio Astro adorato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.
O Fuoco consumatore, Spirito d'amore,
discendi in me, perché faccia dell'anima mia quasi una incarnazione del Verbo!
Che io gli sia prolungamento di umanità in cui egli possa rinnovare tutto il suo mistero.
E tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura,
coprila della tua ombra, non vedere in essa che il Diletto nel quale hai posto le tue compiacenze.
O miei
'Tre', mio Tutto, Beatitudine mia,
Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo,
io mi abbandono a voi come una preda.
Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in voi,
in attesa di venire a contemplare nella vostra Luce l'abisso delle vostre grandezze.
Don Tonino Bello


the trinità SAINTEST TRINITà - Year B First reading: Deuteronomio 4.32-34,39-40 Mosè spoke to the people saying: “It also interrogates the antichi times, that they were before you: from the day in which God the man created on the earth and from an extremity of skies to the other, there was never large what like this and was never heard what similar to this? That that is people have heard the voice of God to speak from the fire, as you have heard it, and you remained alive? Or he has never tried a God to go to choose a nation in means to an other with tests, signs, squanderers and battles, with powerful hand and stiff arm and great terrors, as your God in Egypt made for you the Getlteman, under your eyes? Today know therefore and conserve well in your heart that the Getlteman is lassù God in skies and down here on the earth; and you of it is not other. It observes therefore its laws and its commandos who today you dò, because you and your sons be happy after you and because you remain over a long time span in the country that the Getlteman your God always gives to you in order”. *** The Emmanuele, the God with we, Jesus di Nazaret, is prepared from the near God. Mosè holds a speech that celebrates the oneness of God, its largeness, its relationship with the people with which it tightens the alliance. We more meet one of the richer pages theologically and spiritually elevated of the Deuteronomio. The liturgico brano is composed from two parts, employee from the imperative: 1 - “It interrogates”, turned people (vv. 32 - 34); 2 - “know” and “it observes” that it reassumes a fundamental axiom of the veterotestamentaria theology: the oneness of God and the communion with he, which the people in the observance of the divine Law are called. The not alive God of Israel in solitary beatitude, but associates to himself people, promuovendolo to the thrilling role of divine partner. With dense pages that recall the sensibility of the Deuteroisaia and some steps of Giobbe (cf. Gb 4,7-8; 8,8-10), appeal to the instruction of the history is made or the human experience: from that world is world, no event can be compared to the liberation from Egypt and the alliance to the Sinai. They are events of which Israel she has been eyewitness, for means of which can be convinced totally of the onnipotenza and the oneness of its God. From that “know” that it inaugurates the v. 39, the substance of the first comandamento ripropone in polishes clarity better (or, of the first word). The v. 40, concluding the liturgico brano, draw the logical consequence that engages the life. If God is indeed the only monarch and omnipotent of which it has been spoken over, nearly becomes natural to observe its law that allows to living that alliance that it has deigned to offer to the people. The fruits of a communion with God are second expressed the canoni of the theology of the age: the happiness of the family that prospers (the life) in the country given from God (the earth). Second reading: Roman 8,14-17 Siblings, all those that are guides to you from the Spirit of God, costoro is sons of God. And you have not received a spirit from slaves in order to fall back in the fear, but you have received a spirit from sons adopts to you for means of which we scream: “Abbà, Father!”. The same Spirit attests to our spirit that we are sons of God. And if we are sons, we are also eredi: eredi of God, coeredi of Christ, if truly we participate to its suffering in order to participate also to its Gloria. *** The opening of the understood one it is coupled to the outcry of aid and Victoria of 7,24-25 (“Who will free to me from this body of dead women? Thanks to God for means of Jesus are rendered Christ our Getlteman! ”) it finds hour its confirmation and justification. The beginning of the understood one it, represents, in miniatura the history of the salvation to work of the Trinità: the Father sendes the Son, these takes to a mortal body them through which the radical transformation of the human nature operates, given back to new life, fed from the Spirit who orients the new existence of the believers. The understood one he marks it the large one trapasso to the action of the Spirit. Our reading emphasizes the charter of sons that comes given to us from the Spirit. The Spirit designates to the nature of God and the divine infuence on the man who unfolds itself communicating, donating and transforming who chip ax of being saved. It is the positive principle that renders participates of the divine life in the time, in attended of a fulfillment in the eternity: “The Spirit is for the believers and christens the gift to you of the salvation in an intermediate time” (Or. Kuss). About facts he speaks himself about “primizie” (Rm 8,23) or about “deposit” (2Cor 1,22; 5,5) of the Spirit, leaving to perceive a truth that attends its fullness. The Spirit operates beginning with a species of “pulizia”, in how much free one from a enslaving law that he orders, but does not help to execute how much has been commant. The gift of the Spirit is the inner principle that guides the man, like if “zampillasse within”, second the beautiful image of the Fourth Gospel (cf. Gv 4,14; 7,38-39). It is spoken about “law of the Spirit” in the sense that it is the new law, principle of inner renewal and therefore of new life. It is the law of the love, of which the human heart is able when it is invaded from the Spirit (cf. 5,5). The experience of the Spirit here is tematizzata like divine figliolanza that is a gift already fruibile hour, in attended of a full enjoyment. In the arc of this “already and not still” the action of the hope is spread that ingloba all, comprised external world. The v. 14 are the theological thesis that resists all the brano, founded on two poles: the 1 - the guide of Spirit and 2 - divine figliolanza. The presence of the Spirit in we is mysterious because it is not known directly. We can say that it is picked above all in its effects. One of these is that one to render the men sons of God. The effort of the man is preceded from the engagement of God to try it. God, by means of its Spirit, catches up the man, and it promotes it to the communion with himself, rendering it its relative, and infondendogli the same divine life. It only could say in all such freedom tito it (cf. Mc 14,36) and it only could authorize the believers to repeat it (cf. The GAL 4,6). The way of the Ancient Alliance reaches therefore conclusion: one was you leave yourself from a paternity rispettosa, but far, and paternity always rispettosa, but confidential is arrived to one. Jesus has taught to colloquiare with God with the simple, spontaneous and trusting language of the child who tenderly addresses to its father calling it “Pope”, “father”. To we he is granted to repeat this sweet word, thanks to the Spirit. Therefore an ancient author comments: “Standard to just the child to say “Pope” Is like a mother who and repeats such name with he, so that it ports to accustoming some to call the father also in the foticea sleep” (diadoco). Only the Saint Spirit can instill the feeling of the divine figliolanza and therefore it makes to feel sons us of God. Gospel: Matteo 28,16-20 In that time, the eleven disciples went in Galilea, on the mount that Jesus had they fixed. When they saw, prostrarono innanzi; some but doubted. And Jesus, approached, said they: “Me it has been given every to be able in sky and earth. Gone therefore and trained all the nations, battezzandole in the name of the Father and the Son and the Saint Spirit, teaching they to observe all that that I have commant to you. Here, I am with you every day, until the end of the world”. ESEGESI the mystery of the new life of Jesus is introduced at first to the women the same ones who were under the cross. An angel reveals that the Revived one wants to meet the disciples in Galilea. The brano filler the scene of such encounter. We are in presence of a contained and well organized dense text for for structure. They interlace one scene of acknowledgment (vv. 16-17) and one scene of mission (vv. 18-20), ognuna of which it is developed with characteristic modules. The acknowledgment scene opens with the given disposition of Jesus the disciples to o in Galilea on prestabilito mount (v. 16). It follows a huge one cristofania in which revived Jesus it appears for before the time to apostolic group (v. 17). The second scene comprises the shipment in the world. Jesus sends the Apostles supplying them of that power that same it possesses in fullness (v. 18). In such force of being able delegate, the Apostles can christen in the Trinità and introduce its word and its work, new norm of life (vv. 19-20a). To conclusion of the scene and all the gospel Jesus perennial presence (v assures to its one. 20b). It is an effective presence that places like guarantee and foundation of the apostolic mission. Jesus had previously fixed an appointment to the Apostles on the mount of Galilea. It is not possible to identify the mount and probably, it is not not even necessary. Perhaps the evangelista means to create an ideal connection with the mounts that have been witnesses of the presence of Jesus: the mount of the temptation, the beatitudes, the second multiplication of breads, the trasfigurazione. These mounts have contemplated rising of a victorious, new and transformed humanity. Hour on the mount of Galilea the Revived door to fulfillment the Victoria because the dead women have been won. The appointment is too much important in order to lack. To the women in order very two times are recommended to remember it to the disciples. The mount of the Galilea is then the place where the disciples can meet the Revived one and where the ecclesiale community takes a new guideline. It is before the time that Jesus meets its Apostles after the risurrezione. The encounter had been announced and had been fixed an appointment. The improvisation lacks therefore that creates talora disorientation, perplexity, inability to seize endured the situation. The translation “some but doubted” do not seem pertinent if reported to the attitude of the Apostles. Better to render: “Those who before had doubted (of the words of the women)”. The gesture of the adoration (verbo proskynéo) extension that is passes the times of the uncertainty or of the titubanza and hour to you the disciples are ready to receive the sweeping mission that Jesus is in order to entrust they. 1. The power of Jesus the first words of Jesus revived to its disciples rivendicano a sovereign authority and express a singular force. We notice: “Me it has been given”: the students ravvisano here the presence of the so-called “divine liabilities”. Draft of a shape in use near the Hebrew, consisting in transforming the phrase to the liabilities in order to avoid the name of God. The phrase would be: “God has given to me”. Jesus has therefore conscience of to have received all from the Father, source of every authority. “Every to be able”: the term indicates the authority and the ability to act, that they have been conferred to Jesus from God. Since it is the Son, the full authority conferitagli must be understanding like a sovereign power that it exercises in full union with the will of the Father. “In sky and earth”: the use of opposite “the sky-earth” is a way in order to express the totality, without exclusion some. Jesus asserts, therefore, of having “all the” power and to exercise it “ovunque”. During the public life it was already not lacked to Jesus the opportunity rivendicare a higher authority: he had interpreted in the most personal way the law, he had pardoned the sins, he had proposed to the rich young person of porsi its sequela in order to obtain the perfection. Hour but, for before the time in explicit shape therefore, asserts to possess the power in the maximum extension. A Biblical ear very educated not faticherà to recognize in the words of Jesus an echo of Dn 7,13-14: “Here to appear on clouds of the sky one, similar to a man son; it reached until the vegliardo and was introduced he, than it gave to it to be able, Gloria and reign; all the people, nations and languages served it; المسيح القريب "نحن مع كل يوم" وفي كل العصور التاريخيه. قبل كل شيء يعمل داخل الكنيسه التي تنقل العباره وسالفيفيكا سماح. في الواقع ان الكنيسه هو يعهد بمهمه يعلنا الانسانيه "كل ما قد كومانت" تورطهم كل رجل في الخلاص "المدربين" روايه الانجيل من اليوم نقرا في انها نابعه لهم الصوت افضل مثل "جعل تلاميذ" الشعب. الي الكتاب المقدس ، ولذلك فان الغموض متناهيه الله لا ترفض لكنها تحصل علي اسرار صغيره في حد ذاتها ، الغمس في ضوء حصر له. وليس لدينا اذن ان ينظر الله منفردا مثل موضوع الفلسفيه واللاهوتيه الحجه ، لا نملك الا الكلام ديستاكاتو والبارده عن طريق الله وtrinità. يجب ان نتكلم الي الله في الحياه وintimità الحوار نفسه هو دشنت. الصلاه وستوريس ان العالم هو الله محبه الي جده ، جامعه استاذ جامعي ، انها حاولت من تراسميترغلي مفهوم "ان الله ونيسكينتي ، قدير ، لا حاجه باطل ، بحيث اذا نفس ينسوما كله! " ونيبوتينو خمس سنوات والحقيقه صراحه هذا سءال غير متوقع "لكن شعورك الجد قليلا عند الله لانها جعلت من العالم" عندما قالوا الحقيقه لي بقيت مندهش ، كنت حالما خرجت من قراءه شاهدين الاولي في الفيزياء ، جاءزه نوبل ستيف وينبيرج من الكتاب المغلق عن اصل الكون واحد تقريبا عباره مماثله : كم اكثر الكون لنا يصبح الشهيره ، اكثر لم تنجح في شرح بعض لنا لانه يبقي لنا ينكومبرينسيبيلي. وحسب الكتاب انه من اللاهوت ، هانز فون التسجيل بلتاسار الذي اكد ان : العالم لم يبق لنا ينكومبرينسيبيلي ان الله لا ، ولكن اذا الله ولا محبه. سءال : "اذا كان كل شيء لان الله قد خلق العالم" يمكن ان يكون لها جواب واحد : لان الله محبه. النتيجه الاولي ثم سليمه ولذلك : اذا كان العالم هو الله محبه. والله مع الجلد واعرف ان كل طفل الي ساعه قبل ان اغفو تريد ستعقد من الام. عندما نتذكر الام والطفل من الاسلحه الله ان تطوق كل الليل الصغيره رد : "اعرف ذلك ، لكن هذا المساء قمت حاجه الي الله ان الجلد". العقيده ايضا ان اجابه هذا الطفل يتضمن شيءا بالغ ، اذ من اللحظات التي كنا في حاجه الي الله ان الجلد. كل المعارف الوارده في اذهاننا يجب اكيده بالمعني عبر قنوات بوعي. بطريقه او باخري ، لذا يجب ان تكون لله ومسموعه ومرءيه وملموسه. في العهد القديم ، صوت يسمع الله وهو ينظر اليه في الترباس خاطفه الي اكثر من سيناء. صوت الرب ريمبومبا روفيتو من احراق وساءل فم الانسان الانبياء. الله الصامته بصوت يصل في ضوء النسيم ويقول : "انتم بانفسكم وقف تعلمون انني والله! "جيوفاني في بيغينيغ من الرساله الاولي تقول انها ترغب فقط في الكلام عن يسوع ونحن بهذه العبارات : "انه كان منذ المبدا ، ان سمعنا ان من شهدناها في اعيننا وان نكون قد تفكر ومن ايدينا تطرقتا ، اي فيربو في الحياه ، لان الحياه ، ث ه مرءيه رايناه واننا تقديم الشهادات ونعلن لكم الابدي للحياه ، وقرب الاب واصبح واضحا ، ان ما رايناه